E’ il 2008 quando il giornalista Roberto Bonzio, lascia gli uffici della redazione Reutersper e si trasferisce con l’intera famiglia per sei mesi negli States allo scopo di raccogliere le storie degli italiani (di frontiera) emigrati che hanno saputo guardare oltre gli schemi e raggiungere obiettivi sensazionali, dal primo cowboy al seguito del Generale Custer a Federico Faggin, l’ideatore del microchip premiato da Obama, passando da Peter Giannini, il lucchese che ha fondato la Banca d’America e d’Italia durante il terremoto di San Francisco e molti altri ancora.
Esperimento di giornalismo innovativo, l’idea del sito “Italiani di Frontiera” nasce, quasi come una scommessa personale, dal bisogno di presentare modelli positivi soprattutto in un momento di grandi cambiamenti come quello che stiamo vivendo.
Italiani di frontiera è un progetto composito che consta di un sito/blog on line, un canale videodedicato su You Tube, due comunità sociali su Facebook e Linkdln con migliaia di iscritti, un libro/racconto dell’esperienza in fase di realizzazione e una serie di conferenze/lezioni/performance multimediali in giro fra l’Italia e gli Usa dal titolo: <Gli italiani di frontiera come leva per l’innovazione>.E leggendo queste storie di successo è inevitabile l’accostamento con il nostro ‘adagio “Cu nesci arrinesci” che purtroppo alimenta la mentalità fatalista del siciliano .
Parliamo della fiat che detiene, tra l’altro, anche la Stampa e non entriamo nel merito del servizio (anche se chiaramente sappiamo che la Fiat produce macchine di bassa qualità), rimane tuttavia un unica verità: Non possono pretendere milioni di euro dai giornalisti!!!
Io e la Fiat
Scritto da corrado formigli il 21 febbraio 2012Un giudice di Torino ha condannato me e la Rai a risarcire con 7 milioni di euro Fiat per aver realizzato un servizio, nel dicembre del 2010, per la trasmissione Annozero. Si tratta di una condanna senza precedenti, applicata sulla base del codice civile. Una cifra impressionante, del tutto insostenibile. Una sentenza che investe non soltanto la vita di una persona, ma le ragioni stesse della nostra professione. Nel servizio incriminato, al fine di valutare la competitività di Alfa Romeo sul mercato delle auto sportive, avevo messo a confronto tre piccole “belve” su una pista per testare le loro prestazioni assieme a un pilota collaudatore. Un confronto già peraltro realizzato dalla più autorevole rivista di settore, Quattroruote, la quale aveva sancito con tanto di responso cronometrico che l’Alfa Romeo Mito Quadrifoglio Verde, una delle tre auto a confronto, era la più lenta su circuito, distanziata dalla Mini Cooper S di tre secondi e dalla Citroen DS3 di un secondo e mezzo. Insomma, il test di Annozero si era limitato a ribadire un confronto già realizzato e mai contestato. In uscita dal servizio, dentro lo studio della Rai dove mi trovavo, mi sono limitato a constatare che la Mito “si è beccata tre secondi dalla Mini”. Frase che, agli occhi di Fiat, è risultata un’insopportabile aggressione mediatica. Non mi addentro nelle ragioni giuridiche di questa sentenza, mi limito a osservare l’immensa sproporzione tra fatto e ammenda, quindi il suo intento punitivo. Del totale, “solo” un milione e settecentocinquanta mila euro quantificano il danno patrimoniale, mentre ben cinque milioni e duecentocinquantamila euro rappresentano il danno non patrimoniale. Insomma, cinquanta secondi di filmato nel quale il giornalista afferma non che l’Alfa Mito perde le ruote e 180 all’ora in autostrada e causa la morte di chi la guida, bensì che in pista è sì stabile e sicura, ma meno veloce di una Mini (fatto non contestato dalla Fiat) valgono molto più della vita di una persona: le tabelle in vigore presso il tribunale di Milano, fatte proprie dalla Suprema Corte, riconoscono al padre che ha perso un figlio un danno non patrimoniale massimo di 308.700 euro.
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Link Sicilia va in rete in un momento drammatico per la vita del nostro Paese. Per noi questa è una responsabilità in più. Ma anche l’occasione per dire a chiare lettere quello che pensiamo – e soprattutto quello che diremo – sul presente e sul futuro.
La crisi c’è, è inutile girarci attorno. Economica, finanziaria e – dal nostro punto di vista – anche sociale. Il nostro Paese – ci dicono – è sotto attacco da parte degli speculatori internazionali. E ci dobbiamo difendere.
Sotto accusa è il nostro debito pubblico. Che, a dir la verità, già negli anni ‘80 del secolo scorso era piuttosto elevato. La novità, rispetto al passato, è che allora c’era la lira, mentre oggi c’è l’euro. Il nostro debito pubblico è sicuramente un problema, ma ci sembra un po’ eccessivo caricare le ragioni della crisi sul nostro debito pubblico, salvando, nell’ordine, l’euro, il temerario passaggio dall’Unione Europea da 15 a 27 Paesi e, in generale, tutta la politica economica, finanziaria e sociale della stessa UE.
E’ in atto un tentativo di colpevolizzare i cittadini del nostro Paese, rei di vivere al di sopra delle proprie possibilità. E, soprattutto, di usufruire di uno Stato sociale che non ci possiamo più consentire. Da qui il maldestro tentativo di sbaraccare il sistema pensionistico e di aggiornare, al ribasso, lo statuto dei lavoratori. E qui già non siamo più d’accordo: non siamo d’accordo con il governo Berlusconi – e, in particolare, con il ministro del Lavoro, Maurizio Sacconi – e non siamo d’accordo con le raffazzonate politiche che il confusionario governo dell’Unione Europea cerca di mettere a punto.
L’idea di prendersela con i pensionati non ha né capo né coda. Così come è priva di logica – e fuori dalla morale – la tesi secondo la quale, per creare nuovi posti di lavoro, bisogna prima licenziare. Non la pensiamo come il ministro Sacconi. E non la pensiamo come il professore Pietro Ichino. Massimo rispetto per le loro idee. Tesi, quelle di Sacconi e Ichino, che a nostro modesto avviso – e scusate se ci ripetiamo – sono sbagliate. Scelte economiche che, là dove dovessero prendere corpo, il nostro giornale – anche con i mezzi modesti che si ritrova – combatterà su tutta la linea.
La Sicilia vive questa crisi in termini ancora più drammatici. Con un’Autonomia sempre più mortificata da una politica di basso profilo e da un governo regionale privo di credibilità politica e istituzionale e sempre in bilico tra trasformismo e ascarismo. Si pensi al rigassificatore di Porto Empedocle, un’opera dannosissima per l’ambiente (da realizzare, peraltro, a due passi dalla Valle dei Templi di Agrigento: una follia). Un mostro d’acciaio che non serve alla Sicilia, ma solo a chi ci ha già guadagnato e a chi conta di guadagnarci. Uno scempio autorizzato dall’attuale governo regionale, sotto gli occhi ‘distratti’ delle tante autorità, con in testa i farisei dell’Unesco che, a parole, dicono di voler proteggere il parco archeologico di Agrigento.
Non ci piace questa Regione. Non ci piace il modo con il quale il governo tratta il proprio personale. Riservando a una ristretta cerchia di dipendenti – la dirigenza – benefici e prebende e lasciando tutti gli altri – che sono la stragrande maggioranza – con retribuzioni basse, e in certi casi da fame. Rifiutandosi persino di applicare un contratto scaduto da anni.
Non ci piace come questo governo, ogni giorno, mortifica la sanità pubblica della nostra Isola. A cominciare dai medici degli ospedali, costretti ad operare in condizioni sempre più difficili, tra ‘tagli’, spesso irrazionali, e attrezzature scadenti o, addirittura, assenti.
Non ci convince l’assoluta mancanza di trasparenza in materia di bilancio. Non riusciamo a capire, ad esempio, come mai non vengono resi pubblici i bilanci delle società regionali, specie di quelle interamente partecipate dalla stessa Regione. Forse bisogna nascondere le ricche retribuzioni dei ‘manager’, o presunti tali, di questi carrozzoni mangiasoldi?
Non ci convince il tentativo di far approvare dall’Assemblea regionale siciliana una nuova sanatoria edilizia molto più pesante rispetto a quelle andate in scena nel passato. Ci riferiamo alla sanatoria edilizia per legalizzare le costruzioni realizzate entro i 150 dalla battigia, in violazione di una legge regionale – la numero 78 del 1976 – un provvedimento che in tutti questi anni ha salvato le coste della nostra Isola dal cemento abusivo, consentendo, di fatto, l’istituzione delle riserve naturali lungo le coste.
Non siamo d’accordo – anzi, siamo contrari – alla militarizzazione della Sicilia. Una corsa agli armamenti, sempre più sofisticati, che pensavamo di esserci lasciati alle spalle dopo la caduta del muro di Berlino. Strumenti di morte che, invece, continuano ad essere posizionati nella nostra regione (proprio nell’edizione di oggi parliamo del Muos di Niscemi, un concentrato di radiazioni di cui la Sicilia non avvertiva il bisogno), sempre sotto l’egida dei soliti americani.
Tuttavia non vogliamo chiudere del tutto le porte a questa politica – internazionale, nazionale e regionale – e ai vari governi. Vogliamo discutere. Anche aspramente, se le condizioni ce lo imporranno. Ma cercheremo, sempre, di avanzare proposte costruttive.
Fermi restando alcuni capisaldi, proveremo a dialogare con tutti: soprattutto con chi è meno fortunato di noi. Come i tanti uomini e le tante donne che lasciano i propri Paesi di origine per riversarsi lungo le nostre coste in cerca di una vita migliore, spesso per sfuggire alla fame e alla morte. Proveremo a dare voce a questi uomini e a queste donne che vivono, spesso tra mille difficoltà, nella nostra Isola. E cercheremo di instaurare una collaborazione con i Paesi che si affacciano nel Mediterraneo.
Buona lettura a tutti. E seguiteci in questa nostra difficile, ma affascinante avventura.
Giulio Ambrosetti